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7 Marzo 2022 0 Comments

Donne con disabilità: dati sulla discriminazione multipla e dialogo sui diritti. Intervista a Silvia Cutrera (FISH)

La vicepresidente della FISH, Silvia Cutrera, intervistata per vitaindipendente.org, affronta il tema delle diseguaglianze di genere e della discriminazione delle donne con disabilità. In occasione dell’8 marzo, Giornata internazionale delle donne, la riflessione parte dalla comprensione del fenomeno della “discriminazione multipla”, ossia l’interazione delle diverse condizioni personali che, in un dato modello sociale, diventano ostacoli, per rimuovere i quali sono necessari un cambiamento di mentalità e l’adozione di politiche per l’inclusione. Nell’intervista Silvia Cutrera illustra i dati della discriminazione multipla e spiega nel concreto i limiti posti ai diritti delle donne con disabilità nella vita quotidiana.

Segue in fondo la trascrizione dell’intervista.

Link utili

8 marzo 2022, ore 17:30, presentazione online del libro “Lotta per l’inclusione” di Enrichetta Alimena

Siamo Donne. Digital talk sulla vita indipendente. 8 marzo 2021

Mi disegnò farfalla. Storia di Carla in Minority Reports. Cultural Disability Studies, 13 (2021), pp. 255-264

 

Alessandro: Benvenuti, siamo qui con Silvia Cutrera, vicepresidente della FISH (Federazione Italiana Superamento Handicap), è stata presidente dell’Agenzia per la vita indipendente. Siamo contenti di averla qui con noi per parlare di diseguaglianze di genere in occasione della Giornata internazionale della donna. La dott.ssa Cutrera si è occupata del tema della diseguaglianza di genere e si è occupata anche della più grande discriminazione nella storia delle persone con disabilità, il loro sterminio sotto il regime nazista. Ha dedicato la sua vita a studiare il tema delle discriminazioni.
Oggi vorremmo parlare delle donne con disabilità, degli ostacoli che vivono nella vita di tutti i giorni, a partire dai dati e anche dalla difficoltà di conoscere la disabilità attraverso i dati e tutta la strada ancora da compiere. Quando parliamo di donne con disabilità ci è un po’ più chiara quella definizione della disabilità data dall’Onu: la disabilità non è data solo dai limiti del proprio corpo, della propria mente, della “menomazione” – si usa questa parola – ma anche dal modello sociale, e quanto è vero soprattutto per le donne, con disabilità e non. Quali sono gli ostacoli che incontrano le donne con disabilità nella società in cui viviamo tutti?

Silvia Cutrera: Come hai anticipato, nella Convenzione si sottolinea che la difficoltà per le persone con disabilità alla partecipazione è condizionata proprio da fattori ambientali che impediscono proprio la partecipazione, per rivendicare i propri diritti, in quanto purtroppo alle persone con disabilità è ancora impedito di poter vivere al pari degli altri. In particolare, le donne con disabilità subiscono quella che noi definiamo “doppia discriminazione”, cioè una discriminazione che deriva dagli ostacoli dell’essere persone con disabilità, e dall’altro, proprio dall’appartenenza al genere, dall’essere donna, quindi dal condividere con tutte le donne la discriminazione di una società che è stata costruita su un sistema patriarcale, che non ha riconosciuto alle donne la parità che invece spetta proprio in quanto esseri umani. La combinazione di queste discriminazioni è quella che ostacola l’accesso ai diritti che riguardano le donne. Pensiamo al diritto ad essere istruite, al diritto a una piena occupazione, ma anche al diritto all’accesso alla salute, servizi di salute sia sessuale che riproduttiva, e anche la difficoltà a raggiungere una piena autonomia e ad essere quindi protagonista anche nella costruzione di un progetto di vita indipendente.

A: Hai parlato del concetto di discriminazione multipla, molto importante da sottolineare, è un contributo culturale rilevante della FISH: le discriminazioni più che sommarsi si moltiplicano. La condizione di essere donna, avere una disabilità, aver avuto problemi nell’accesso all’istruzione e al diritto alla salute. Quanto ancora si è poco compreso di questo concetto di discriminazione? Può sembrare un allarme parlare piuttosto che di una semplice diseguaglianza, di una vera e propria discriminazione, ma ci sono stati degli ostacoli anche per quanto riguarda il diritto alla salute, il difficile accesso alla diagnostica, ad esempio. Puoi dirci qualcosa in più al riguardo?

Silvia Cutrera: è quello che è diventato un po’ ormai l’approccio, che è intersettoriale, cioè vedere proprio la persona, la persona con disabilità nei suoi vari aspetti. Laddove la si considera come donna, perché il nostro problema culturale, non solo nella società, dove noi viviamo, nella nostra società occidentale e italiana, bisogna anche ampliare lo sguardo e immaginare nel mondo e anche soprattutto nei Paesi a basso reddito, i cc.dd. Paesi in via di sviluppo, cosa può essere la condizione di una bambina o di una donna con disabilità. Si propone per questo un approccio intersezionale. La persona si deve considerare intersecata tra una propria condizione e i fattori che amplificano poi la propria condizione di svantaggio.
Un esempio è legato alla particolarità dell’essere donna e quindi c’è tutto il problema del controllo sulla sessualità della donna con disabilità o meglio anche nell’espressione libera della propria sessualità. Fin da piccole, le bambine con disabilità non vengono educate e non vengono individuate come soggetti sessuali. È come se le si considera non in grado di poter aspirare a una propria sessualità, quindi a una propria scelta di vita, che può essere familiare, per diventare madri, o semplicemente il poter viversi le proprie relazioni al pari di tutte le altre donne, le altre ragazze. Se fin dall’inizio questo aspetto non viene riconosciuto e quindi non viene anche reso visibile, c’è questo rischio di essere esposte maggiormente a violenza proprio basata sul genere o interventi di controllo sulla propria fertilità e quindi contraccezione forzata, sterilizzazione forzata, aborti forzati, oppure ostacolo alla maternità. Questo è un classico esempio, quando noi diciamo di una discriminazione multipla, laddove l’essere donna, l’essere persona con disabilità, nel momento in cui si individua quell’area della vita che è proprio quella della libera espressione della propria sessualità, qui la discriminazione si moltiplica.
Altro aspetto, sempre riguardo alla salute, tipico della donna con disabilità, sono gli screening per la prevenzione dei tumori femminili. La difficoltà, ad esempio, ad accedere alla diagnostica proprio per la mancanza di accessibilità: parliamo dei lettini non adeguati da un punto di vista elettrico. In caso di una donna con disabilità che utilizza una carrozzina, il non poter accedere a una visita ginecologica: questo impedisce la facilità di sottoporsi regolarmente agli screening di prevenzione di tumori femminili. Questo riguarda anche altri tipi di disabilità, perché le donne con disabilità possono anche avere disabilità sensoriali, disabilità legate alle aree del neurosviluppo, quindi avere anche una serie di facilitazioni sia nella comunicazione su quelle che devono essere le prevenzioni, sia anche l’accoglienza proprio nel momento in cui ci si sottopone a questo tipo di visita. Un’accoglienza che deve essere fatta da personale preparato, che deve saper comunicare con la donna con disabilità; aver garantita anche l’intimità della comunicazione, perché spesso se la donna si reca a questa visita, magari è accompagnata, ma non necessariamente chi accompagna deve essere coinvolto in quella che è una visita privata. Per non parlare poi del problema della violenza, ci sono statistiche che riguardano il maggior rischio a cui possono essere esposte le donne con disabilità.
C’è un’indagine Istat del 2014 che rileva che le donne con disabilità sono in percentuale del 36% come esposizione al rischio di subire violenza, rispetto al 30% delle donne che non hanno limitazioni funzionali. Nel caso di rischio di stupro, le donne con disabilità subiscono il doppio di rischio rispetto a chi non ha limitazioni funzionali, nella percentuale del 10%. Sono dati non aggiornati e qui bisognerebbe aprire una parentesi anche sulla difficoltà di avviare politiche e azioni mirate per intervenire e prevenire il rischio di violenza, perché non vengono raccolti dati per genere e disabilità. Non abbiamo dati disaggregati. Da questi dati che noi abbiamo, possiamo sostenere che l’essere esposte a maggior rischio di violenza ha anche una ripercussione per quello che riguarda l’accesso alla giustizia, perché laddove non c’è una formazione nelle forze di polizia, chi appunto deve intervenire in caso di violenza, oppure nelle figure professionali che sono vicine alle donne con disabilità, quindi o per attori sociosanitari, assistenti sociali, polizia municipale, se non si riconosce nelle donne con disabilità l’essere soggetti sessuali, non si vede neanche il rischio di poter essere abusate e non si riconosce neppure la veridicità da parte delle donne con disabilità nel momento in cui espongono e denunciano l’aver subito maltrattamenti, insulti o abusi, e questo soprattutto per chi ha una disabilità intellettiva. Il lavoro da fare è veramente enorme.

A: L’8 marzo, che non vuole essere solo una Giornata, ma un momento in cui rilanciare a tutti i livelli una lotta per l’emancipazione femminile, un po’ può essere anche il giorno in cui pensare quanto in questa lotta sia mancata quella per le donne con disabilità, che sono una parte molto importante della nostra società, e quanto nel pensiero, oserei dire, femminista, quanto è mancato un pensiero che rivalutasse la donna in quanto tale – anche in quella situazione di maggior vulnerabilità, ricordata citando i dati Istat del 2014, ed è importante aggiornarli e non rimanere in silenzio su questi temi, però quanto c’è ancora da fare, anche dal punto di vista proprio del pensiero, – perché la donna in condizione di disabilità può essere vista come il modello di donna che non fa comodo a un modello di emancipazione, perché può essere vista come donna debole, che ha bisogno di protezione, invece Silvia ci puoi testimoniare che tutti gli esseri umani hanno delle condizioni, dei limiti, si muovono in un ambiente sociale, però proprio il valore della vita e di una persona deve partire da queste condizioni e non farsi limitare. Come rivalutare il ruolo sociale delle donne con disabilità?

Silvia Cutrera: Quello che noi stiamo cercando di fare anche in FISH (Federazione Italiana Superamento Handicap), che ha voluto dedicare attenzione alle donne con disabilità, sia realizzando dei progetti di sensibilizzazione e informazione sulla tematica e continua a mettere in campo una serie di azioni che valorizzino il contributo che le donne con disabilità stanno dando anche da un punto di vista politico e associativo, quindi sicuramente quello che per noi è fondamentale è la metodologia dell’empowerment, quindi del rafforzamento delle capacità e delle potenzialità delle persone con disabilità, in particolare delle donne, attraverso anche la consulenza alla pari. In FISH abbiamo costituito il gruppo donne, a cui partecipano donne con disabilità che sono già attiviste nelle varie associazioni che aderiscono a FISH, tra cui l’Avi, quindi attraverso questi incontri e questa autoformazione sui temi che ci riguardano, riteniamo che sia importante oltre ad essere di impulso e di pressione, un gruppo di pressione rispetto al mantenere la priorità su questi temi, della discriminazione multipla e chiaramente essere anche incisive per ciò che riguarda le politiche in genere perché noi abbiamo la Convenzione, lo impone agli Stati, nel momento in cui chiede loro di coinvolgere le associazioni di persone con disabilità proprio per rendere le politiche che riguardano la disabilità inclusive anche delle politiche che riguardano il raggiungimento della parità di genere. Attraverso questo gruppo donne, attraverso le maggiori associazioni che aderiscono a FISH, l’obiettivo è di renderle protagoniste, quindi influire anche sull’agenda politica. Per fare un esempio, abbiamo gli obiettivi di sviluppo sostenibile, che l’Agenda ONU ha previsto di raggiungere per il 2030. Uno di questi obiettivi è il Goal 5, che riguarda la parità di genere. Ma la parità di genere la devi raggiungere includendo le donne con disabilità, perché altrimenti gli obiettivi che si è prefissata l’Onu, che è di contrastare la povertà nel mondo, non sarebbero realizzabili. Noi cerchiamo di influenzare anche le politiche nazionali.
È stata da poco emanata la Strategia nazionale sulla parità di genere, la prima che ha questa caratteristica, dove attraverso delle interlocuzioni che sono state avviate tramite la Federazione Italiana Superamento Handicap, sono stati inclusi dei riferimenti che riguardano anche le donne con disabilità e lo stesso anche nel Piano nazionale per contrastare la violenza di genere. Sono piccoli passi che noi speriamo riescano a sensibilizzare sia le politiche nazionali, ma anche le politiche delle associazioni perché noi abbiamo un altro dato, del 2019, fatto da Altreconomia, che da un monitoraggio fatto all’interno delle associazioni di persone con disabilità, emerge che esiste un tetto di cristallo anche qui, laddove le donne con disabilità solo nel 30% rivestono dei ruoli apicali, cioè i presidenti delle associazioni di persone con disabilità sono nella maggioranza uomini. C’è anche un problema di parità di genere all’interno del mondo di persone con disabilità.

A: Proprio a tutti i livelli della società. Sottolineiamo di nuovo che è una Giornata che ci invita a ripensare tutto il modello sociale, perché in tutte le sue ramificazioni ed esperienze, si rivive queste diseguaglianze. Tra gli obiettivi, le strategie nazionali ed europee, c’è anche la vita indipendente?

Silvia Cutrera: Assolutamente. Tra l’altro, la Strategia europea, l’ultima che è stata licenziata, ha proprio un focus sulla vita indipendente e invita proprio a favorire una parità di genere e soprattutto si rivolge alle donne con disabilità in quanto si ritiene che proprio la condizione dell’essere donna potrebbe essere maggiormente discriminatoria nel favorire un’uscita dalla famiglia di origine e una progettualità in termini sia di abitazione che di formazione e di occupazione. Il punto è quello di cui si faceva cenno prima: nel momento in cui la bambina con disabilità nel nucleo familiare non ha dei modelli di riferimento, in quanto per tutte le bambine il primo modello è la mamma, quindi il ruolo di madre, di moglie, di donna, che è il fulcro, che è centrale nel nucleo familiare. Nel momento in cui viene impedito alla bambina con disabilità di identificarsi su quel ruolo, in quanto le viene preclusa questo obiettivo, diventa anche che si investe anche meno sulla sua istruzione e anche poi sulla sua formazione, di conseguenza, e opportunità di occupazione, anche a dei livelli in cui potrebbe avere anche maggior reddito. Questo vale per tutte le donne. Quando noi insistiamo sulla parità di retribuzione, sottostante c’è questo ragionamento: se nelle persone donne tu non investi in una maggiore formazione, non potranno mai raggiungere dei livelli retributivi elevati. Per la bambina con disabilità è più difficile, tant’è che le statistiche che riguardano – noi le abbiamo, sia per quanto riguarda l’istruzione, sia l’occupazione – il divario esiste, per cui le donne con disabilità sono meno istruite, rispetto agli uomini con disabilità. E per quanto riguarda l’occupazione, c’è maggiore disoccupazione tra le donne con disabilità. Gli obiettivi della vita indipendente devono dare maggior attenzione alle donne con disabilità. Ad esempio, prevedere delle premialità e degli incentivi ai datori di lavoro che assumono donne con disabilità. Oppure nel mondo della formazione e dell’istruzione, laddove si fanno progetti che educano alle pari opportunità e alle diversità, prestare maggior attenzione a moduli formativi per evidenziare che esiste una discriminazione multipla che riguarda le ragazze con disabilità.
Il tema della vita indipendente c’è anche nei Piani di resilienza (PNRR), che sono stati immaginati per contribuire all’uscita dalle conseguenze della pandemia, quelli che hanno in qualche modo richiesto di arrivare a una legge delega sulla disabilità. Nella legge delega, laddove si mette al centro la persona con disabilità per ciò che riguarda la costruzione di un progetto personalizzato, individuale, c’è un riferimento anche al genere, e quindi laddove si andranno a ricostruire dei progetti con la persona con disabilità; laddove la persona è donna con disabilità, bambina con disabilità, dovrà tenersi conto anche di una sua indipendenza, che riguarda anche il poter realizzare progetti di genitorialità, se vuole, di maternità, di autonomia e libertà, quindi assolutamente l’indipendenza come condizione primaria per una reale emancipazione della donna con disabilità.

A: Grazie. Per concludere questo incontro di approfondimento a tutto tondo sul tema, vorrei ricordare l’iniziativa che parla del movimento delle persone con disabilità motorie negli anni Settanta in Italia. Parliamo del libro “Lotta per l’inclusione” di Enrichetta Alimena, che sarà presentata l’8 marzo in un evento che si può seguire su Zoom, dalle 17:30 alle 19:30. Tu interverrai tra gli altri in rappresentanza della FISH. È un evento della Federazione Italiana Superamento Handicap. Credo sia molto importante parlare di lotta per l’inclusione, a partire anche da questo punto di vista storico.

Silvia Cutrera: È un’iniziativa organizzata soprattutto dalla FISH Calabria. A me fa molto piacere partecipare a questo evento perché è in ricordo di Rita Barbuto, che è stata una donna fondamentale per il movimento delle persone con disabilità. Rita è morta improvvisamente il mese scorso, i primi di febbraio. È stata una delle protagoniste dell’emancipazione delle donne con disabilità. Io ho avuto la fortuna di conoscerla vent’anni fa quando ho iniziato a occuparmi di questioni che riguardano il mondo della disabilità e in particolare da lei ho sentito per la prima volta parlare di parità di genere, di discriminazione multipla e di donne con disabilità, proprio perché Rita con DPI, l’associazione che l’ha vista presidente per molti anni e di cui era direttrice fino al mese scorso, è stata una delle prime associazioni che ha affrontato il tema delle diseguaglianze di genere, attraverso dei progetti europei, Dafne, che hanno utilizzato la metodologia dell’empowerment, della consulenza alla pari, per rendere consapevoli e più forti le donne con disabilità. A lei dobbiamo il merito. Ci ha lasciato tanta conoscenza e anche tanta forza per continuare e andare avanti. L’occasione è stata un’iniziativa anche ideata da lei insieme alla presidente di FISH Calabria, Nunzia Coppedé, di una rassegna, di chiedere a delle donne con disabilità, o che si fossero occupate di questioni di genere legate alla disabilità, di presentare il frutto del loro lavoro, dei libri. È una rassegna, questo è il primo appuntamento, in occasione dell’8 marzo e riguarda una donna con disabilità, autrice di questo libro, che riguarda le lotte delle associazioni di persone con disabilità motoria in Italia negli anni Settanta. Enrichetta Alimena, l’autrice, è una giovane storica, giornalista, un’attivista per i diritti umani, molto impegnata tutt’ora nelle lotte che ci riguardano e ha svolto questa ricerca importante, utilizzando gli archivi di alcune associazioni di persone con disabilità motorie. E’ molto interessante il percorso di chi negli anni Settanta ha dovuto realmente lottare quelle che sono state descritte come le “marce del dolore”, che hanno visto attiviste e attivisti, con le difficoltà di quegli anni, recarsi a Roma, a protestare, a incatenarsi, proprio per ottenere i diritti che oggi ci permettono sicuramente di vivere meglio. Non abbiamo ancora ottenuto tutto quello di cui abbiamo bisogno, purtroppo, anzi durante la pandemia abbiamo anche dovuto anche vedere molti diritti sacrificati. Sicuramente grazie alle lotte di queste persone, noi oggi possiamo vivere in una società migliore. Effettivamente è un importante appuntamento che arricchisce noi tutti e ci dà ulteriore forza per continuare in questo viaggio.

A: Grazie di questo impegno, di questo ricordo, e di averci spiegato molto bene il valore di questa pubblicazione, “Lotta per l’inclusione”, che sarà presentata proprio l’8 marzo su Zoom. Tutti i riferimenti si troveranno proprio sul sito dell’Agenzia per la vita indipendente, vitaindipendente.org, e anche la registrazione di questa intervista. Vi invitiamo a seguire il sito e i canali social dell’Avi per rimanere aggiornati su questa iniziativa, che non sarà la sola in occasione della Giornata internazionale delle donne. Saluto Silvia Cutrera, che ci ha tenuto in un approfondimento molto interessante, non mancheremo di rivederci per riparlare di questo tema al di fuori della ricorrenza. Grazie.

Silvia: Grazie a voi, all’8 marzo!